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Santo del giorno: 29 Settembre - Santi Michele, Gabriele e Raffaele Arcangeli

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SAN GABRIELE DELL’ADDOLORATA: IL SANTO DELLE GUARIGIONI IMPOSSIBILI

Sulla strada che da Isola del Gran Sasso d’Italia conduce a Tossicia, precisamente a 2,5 chilometri dal paese, si erge nel magico paesaggio del Massiccio Appenninico, un insieme di edifici facenti parte del complesso del Santuario di San Gabriele dell’Addolorata, uno dei più frequentati d’Italia.

La fama del santuario, continuamente affollato da turisti e pellegrini non è data tanto dalla vita eclatante del santo, morto giovanissimo, bensì dalle guarigioni miracolose che sono avvenute, anche in tempi recenti, per intercessione del medesimo. Di queste guarigioni noi citeremo le prime quattro, quelle che hanno determinato la gloria degli altari del nostro personaggio, al secolo Francesco Possenti.

 

INFANZIA E ADOLESCENZA

Questi nacque il 1° marzo 1838 ad Assisi, da Agnese Frisciotti e da Sante, già governatore pontificio della città, qui trasferito dopo aver retto la zona di Civitanova Marche, città natale della moglie.

La famiglia era ovviamente molto religiosa, come si conveniva ad un funzionario dello Stato della Chiesa e tra i tredici fratelli del futuro san Gabriele, ben altri due furono sacerdoti, dei quali uno destinato alla beatificazione.

Nel 1841 Sante Possenti fu trasferito da Assisi a Poggio Mirteto e subito dopo a Spoleto, con la nomina di Assessore del Tribunale. Il 9 febbraio 1842 dopo la perdita dell’amata figlia Adelina, di nove anni, Agnese morì di meningite lasciando Francesco, detto Checchino, orfano ad appena quattro anni.

L’infanzia e l’adolescenza, con gli studi elementari e liceali, furono quelle di un qualsiasi buon giovane di famiglia altolocata: religiosità, piccole vanità, giusta attrazione verso l’altro sesso, ecc. Francesco, di corporatura slanciata e forme avvenenti, era considerato tra l’altro il “re” della gioventù spoletina in quanto sapeva ben conversare e ballare; ma ciò che distingueva il futuro santo dagli altri giovani era il fatto di non dare molta importanza alle cose terrene in quanto considerate effimere e di volersi mantenere casto e puro anche se, come abbiamo detto, era attirato dalla compagnia delle donne.

La vocazione religiosa si era più volte affacciata al suo animo e altrettante volte era stata abbandonata, più per trascuratezza che per volontà. A tredici anni, colpito da una grave malattia, Francesco aveva fatto voto, in caso di guarigione, di farsi religioso; dopo qualche anno il desiderio della vita ecclesiastica si era riaffacciato a causa della guarigione, considerata miracolosa, da una grave malattia alla gola. In questa occasione il giovane si era rivolto all’intercessione di Andrea Babola, martire gesuita, neo-beato la cui immagine Francesco aveva messo sulla parte malata.

 

LA VOCAZIONE E LA MALATTIA

Il 7 giugno 1855 la famiglia Possenti fu colpita da un nuovo lutto con la morte di Maria Luisa, amata sorella di Francesco e nuovamente il giovane fu messo di fronte alla precarietà delle “cose del mondo”: la vocazione era matura.

Il 22 agosto 1856, durante una processione con la Sacra Icona della Vergine venerata a Spoleto, Francesco, che era tra la folla, vide improvvisamente l’Immagine girare gli occhi verso di lui e fissarlo; contemporaneamente sentì dentro di sé queste parole: “Cosa stai a fare nel mondo? Tu non sei fatto pel mondo; segui la tua vocazione”. Così fu e, il 10 settembre 1856, giorno in cui Francesco, dopo esser stato alunno esterno del Collegio dei Gesuiti, iniziò la vita religiosa presso i Padri Passionisti come novizio del Convento di Morrovalle (Macerata): Francesco divenne quindi Gabriele dell’Addolorata.

Il 20 maggio 1858 il novizio con il direttore p. Norberto e alcuni confratelli lasciò Monrovalle per un nuovo ritiro dei Passionisti nei pressi di Pievetorina, nella valle del Chienti. Qui, preceduta da una forte infiammazione alla gola e una grave bronchite, si affacciò la malattia che doveva portarlo alla tomba: la tisi. Da Pievetorina il 4 luglio 1859 il futuro santo, sempre con p. Norberto ed alcuni compagni, partì alla volta dell’ultima destinazione, il ritiro di Isola del Gran Sasso che avrebbe visto gli ultimi tre anni di vita del giovane Passionista.

La settimana che precedette la morte, Gabriele la trascorse a letto, stroncato dalla malattia, ed è di quei giorni un episodio significativo.

Un confratello del futuro santo, di nome Vincenzo, certo dell’elevatezza dell’infermo, gli chiese se questi lo poteva raccomandare alla Vergine “secondo la sua intenzione”. L’“intenzione” di Vincenzo era quella di essere liberato da una fastidiosissima ernia. Gabriele gli rispose che lo avrebbe fatto senz’altro ma, pochi istanti dopo essersi raccolto in preghiera, disse: “Quella cosa, confratel mio, non è volontà di Dio, è una cosa che Dio vuole farti portare sino alla morte”. Il santo era completamente all’oscuro del contenuto della richiesta del compagno e la risposta deve per forza essere relegata nella sfera del sovraumano.

San Gabriele dell’Addolorata morì il 27 febbraio 1862 alle ore 6:30 del mattino, confortato dall’affetto dei confratelli, senza aver potuto coronare il suo desiderio di diventare sacerdote. Egli, a causa della malattia e della conseguente morte, rimase infatti Chierico Passionista.

Con le leggi sulla soppressione degli ordini religiosi deliberate dal neo costituito Regno d’Italia nel 1866, la comunità di Isola del Gran Sasso dovette abbandonare il Ritiro lasciando nella piccola chiesa le spoglie del santo. Questo periodo di abbandono invece che far defilare il ricordo del giovane Passionista, lo alimentò ed iniziarono così i pellegrinaggi di coloro che, dopo essersi rivolti a lui, andavano a rendere omaggio alle sue spoglie.

 

 
 
Continua su IL SEGNO DEL SOPRANNATURALE N. 386 – agosto 2020

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