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Santo del giorno: 4 Aprile - Sant'Isidoro (vescovo e dottore della Chiesa)

ANTEPRIMA "SEGNO"

 

PERCHÉ NON INVOCARE SAN MICHELE

PER PROTEGGERSI DALLE EPIDEMIE?

di don Marcello Stanzione

 

La salute e la religione – nel percorso della storia umana – sono state sempre connesse fra di loro, perché nello stato esistenziale degli esseri umani accaduto dopo il peccato originale, l’uomo è troppo incline a prestare culto a colui che cura e guarisce il suo corpo. Gli stregoni fioriscono per questo motivo.

In considerazione di questo fenomeno, non meravigliamoci di verificare che san Michele abbia cacciato storicamente gli dei pagani ai quali era attributo il potere di guarigione. Per lo stesso motivo, san Michele, che è sempre stato invocato contro le pestilenze, ha provocato alcune fonti di acqua sacra, promuovendo in questa maniera non solo la salute ma anche la fede.

L’arcangelo si è mostrato con splendore a Roma, nell’anno 590. La peste fa strage nella Città, decimando la popolazione – ad iniziare dal pontefice regnante Pelagio II – ed isolando dal resto del mondo il centro della cristianità.

Il nuovo papa, Gregorio, che si chiamerà Magno, ricorre ai mezzi provati: egli invita il popolo ad un triduum di preghiera chiuso da una processione penitenziale di cui lui stesso prende la testa, portando in alto l’icona della Vergine dipinta da san Luca, che si conserva nella Basilica della Madonna della Neve (oggi Santa Maria Maggiore) e che si venera sotto il titolo di Salus populi romani. Come la processione giunge sulle rive del Tevere, i fedeli, sorpresi, poi meravigliati, si mettono a guardare il cielo che si è subitaneamente illuminato: dei canti di una straordinaria bellezza sembrano rispondere nelle nubi. Nello stesso momento, il pontefice vede apparire al di sopra del mausoleo di Adriano il grande arcangelo che, armato da capo a piedi, che ripone la spada nel suo fodero. A partire da quel momento, l’epidemia si mette a regredire, per ben presto cessare del tutto. Si chiamerà da allora il monumento Castel Sant’Angelo: una replica della grotta del monte Gargano vi sarà edificata, e si erigerà alla sua sommità un’immensa statua dell’arcangelo.

 

PIETRE COME RELIQUIE

Se oggi ci si reca in pellegrinaggio al santuario pugliese di San Michele al Gargano in Puglia si può rimanere perplessi nel notare che il negozietto di articoli religiosi accanto alla grotta-chiesa vende dei piccoli portareliquie con delle pietruzze bianche dentro. È evidente che l’arcangelo essendo un puro spirito celeste e non un essere umano corporeo santo o canonizzato dalla Chiesa non può avere delle reliquie classiche come pezzettini di abiti o frammenti di ossa. L’arcangelo aveva assegnato alle pietre del suo antro sacro un grande valore, tanto da suggerire in sogno al vescovo Lorenzo Maiorano, istitutore del culto di Michele nella grotta di Monte, le parole poi iscritte su una epigrafe che sormonta il portale del santuario: Ubi saxa pandunturu/ ibi peccata hominum dimittuntur/haec est domus specialis/in qua noxialis actio diluitur” (“Qui, dove i sassi si mostrano, vengono rimessi i peccati degli uomini; questa è una casa speciale, in cui ogni nociva azione si dissolve”).

Nella cronaca dell’Apparitio Sanctis Michaelis Arcxangeli in monte Tumba, operetta agiografica che parla del santuario francese di Saint Michel (metà del IX secolo), si afferma che i monaci ricevono come pignora dell’arcangelo le pietre che segnalano la sua presenza e grazie alle quali era possibile fondare e dedicare nuove chiese al culto micaelico.

È singolare – e oltremodo indicativo della prodigiosità delle pietre della grotta garganica – ciò che avvenne nel 1656, allorché il flagello della peste si diffuse in tutto il Regno di Napoli. Nella cronaca del frate Marcello Cavaglieri (scritta tra il 1680 e il 1690) si narra diffusamente del miracolo attribuito a san Michele: il Gargano fu sostanzialmente risparmiato dall’epidemia e ciò fu accreditato all’opera protettrice dell’arcangelo. Si fece promotore della diffusione di questa santa tutela non solo la devozione popolare, ma anche l’entusiasmo dell’arcivescovo di Siponto mons. Alfonso Puccinelli. Che in quell’occasione funesta a causa della peste corse al santuario per impetrare la grazia all’angelo guaritore.

 

LA PESTE DEL 1656

Il santo arcangelo era considerato direttamente depositario dell’infuriare delle epidemie e del loro cessare, come dichiara esplicitamente il testo biblico: in specie un ben noto passo del Vecchio Testamento, che conclude il libro secondo di Samuele. Vi si narra di Jahvè adirato con Davide e con il suo popolo per un censimento condotto malvolentieri. Dio li punisce con la peste che infuria per tre giorni. Settemila ebrei ne morirono; e solo quando il morbo giunge a lambire Gerusalemme, Jahvè ordina al suo angelo di porre fine alla punizione: “E quando l’angelo ebbe tesa la mano su Gerusalemme per distruggerla il popolo: ‘Basta, ritira ora la mano!’”.

Per ciò che riguarda gli episodi accaduti nel 1656, così racconta il Cavaglieri: L’arcivescovo Puccinelli narrò i fatti in una relazione a stampa e, prima di morire, lasciò testimonianza di un’apparizione dell’Arcangelo che gli avrebbe rivelato: ‘… io, Michele Arcangelo ho impetrato dalla Santissima Trinità, che chiunque con devozione adoprerà i sassi della mia basilica nelle case, città e luoghi, si partirà dileguata la peste. Predicate, narrate a tutti la grazia divina. Ubi saxa devote reponuntur, ibi pestes de hominibus dispelluntur”. E ancora: Da che furono questi ruvidi sassi consegnati dal santo arcangelo ed animati col motto ubi saxa panduntur ibi peccata hominum dimittuntur, furono tenuti in pregio quasi di sagre reliquie”. La peste si dileguò; e da allora le pietre vennero distribuite ogni anno ai fedeli durante la liturgia della domenica dopo Pentecoste, giorno in cui nella diocesi di Siponto era costume si svolgesse una solenne processione e si intonasse il “Te Deum” di ringraziamento per lo scampato pericolo della peste.

Il miracolo richiamò l’attenzione da tutto il Regno di Napoli, fin dalla lontana Sicilia incominciarono ad arrivare richieste di pietre della spelonca garganica e di statue raffiguranti l’arcangelo, che – come suggerisce l’arcivescovo in una sua missiva del 1658 – furono plasmate da sassi “contigui alla sacra grotta”.

 

 

 

 
Continua su IL SEGNO DEL SOPRANNATURALE N. 382 – aprile 2020

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